Essere genitori: sbagliare si può, rimediare si deve!

Rieccomi qui! Dopo due settimane di riposo auto imposto anche dai media, ho deciso che fosse giunto il momento di ritornare a tediarvi con le mie riflessioni…oggi, in particolare, vorrei raccontarvi di quanto, di nuovo, il nano mi abbia messo di fronte all’evidenza pratica di ciò che è uno dei miei fondamenti teorici: i genitori sbagliano, ma devono saperlo riconoscere e porvi rimedio! Cosa è successo? niente di tragico, ma in questa estate di cambiamenti importanti, avvenuti e in vista, io e marito ci siamo “dimenticati” di avere per le mani un cucciolo di poco più di due anni e l’abbiamo tartassato di richieste un po’ troppo alte. Per fortuna lui è riuscito a farci capire che avevamo preso proprio una bella cantonata e le cose si sono risolte per il meglio.

Il punto della situazione

Questa estate 2013 è segnata da grandi cambiamenti: abbiamo salutato il pannolino (presto in un articolo apposito), ci siamo trasferiti in montagna con nonna e zia perché a Milano il caldo era davvero insopportabile e stiamo facendo il count down per l’arrivo della sorellina (manca un mese al d-day), con le mie conseguenti trasferte saltuarie verso ambulatori più o meno locali per i controlli di routine. A tutto questo si aggiunge il fatto che marito si sia organizzato le ferie in settimane discontinue e faccia costantemente il pendolare verso Milano. Come potete immaginare la situazione è già vivace di per sè, e il nano ogni tanto ce lo segnala con capricci insoliti (che di solito non fa), ma noi abbiamo voluto aggiungere la ciliegina sulla torta: togliere definitivamente il ciuccio. Decisamente troppo per il nano!

La telecronaca di una tragedia annunciata

Con l’imminente arrivo della sorellina, il pediatra di famiglia ci ha consigliato di spingere un po’ perché il nano mollasse il ciuccio; oggetto per lui fondamentale nei momenti della messa a nanna, e noi, furbissimi, ci siamo convinti che fosse un consiglio più che giusto “dopotutto ha già più di due anni…ormai è grande…così non gli si stortano i denti…ecc. ecc.”. Peccato che ci siamo dimenticati di sentire cosa ne pensasse il diretto interessato! Dopo esserci documentati su riviste e siti specializzati su come approcciare l’argomento, abbiamo scelto l’idea della fatina dei ciucci, spiegando al nano che lei era venuta a trovarci e ci aveva detto che ormai lui era grande e non aveva più bisogno di quel bell’oggetto e che presto sarebbe venuta a prenderlo per portarlo ai bambini più piccoli (primo grande errore: nano ha passato alcuni giorni a ripetere “mamma, io sono piccolo! la fatina dei ciucci non viene oggi, vero?”). Per avvalorare la nostra tesi gli abbiamo fatto vedere come i ciucci si rompessero con più rapidità e facilità, ora che è dotato di tutti i denti, altro segno del fatto che non gli servissero più.
nano col ciuccioLa mattina di ferragosto mi accorgo che quello che avevo spacciato al nano per l’ultimo ciuccio superstite, si era lacerato su un lato: “è fatta- ho pensato– basta farglielo vedere e buttare e addio per sempre al ciuccio!”. In effetti il nano non sembrava molto perplesso della cosa: il ciuccio era, in effetti, rotto e buttarlo in pattumiera gli sembrava davvero la cosa più naturale del mondo! così come non si è scandalizzato più di tanto quando non glielo abbiamo dato la sera, ricordandogli che si fosse rotto e che l’avessimo buttato (era giù successo un paio di altre volte che il ciuccio in uso si rompesse o non fosse disponibile, ma il giorno dopo era sempre riapparso), così noi abbiamo cantato vittoria. Non era che l’inizio…dal giorno successivo, una volta capito che il ciuccio non sarebbe tornato, sono comparsi tutta una serie di comportamenti palesemente oppositivi (che noi abbiamo, ovviamente, interpretato come capricci) nei nostri confronti: capricci a colazione, pugni e morsi a me, risposte secche e scostanti a tutti, forti difficoltà ad addormentarsi ecc. Noi non volevamo mollare, lui nemmeno, così è iniziato un allegro tiro alla fune, soprattutto per il momento della nanna, che si risolveva, puntualmente, con la nostra perdita della pazienza + urlata esasperata, suo pianto disperato e addormentamento per sfinimento. Quando poi marito è tornato a Milano per riprendere il lavoro, la situazione è definitivamente degenerata: nano mi cacciava via, mordeva, disubbidiva ecc. Per fortuna, dopo l’ennesima sfuriata, mi si è accesa la lampadina giusta: chiedermi che cavolo fosse successo per scatenare tutta quella rabbia! L’unica risposta ovvia (a parte una gelosia fulminante e anticipatoria per la sorellina, millantata da qualcuno) è stata la scomparsa del ciuccio…nonostante tutte le teorie sugli oggetti transizionali che, per lavoro, conosco a memoria, come genitori ci eravamo completamente dimenticati di valutare quanto per lui fosse ancora importante quell’affarino di plastica e silicone nei momenti più delicati e, soprattutto, ci eravamo dimenticati di ascoltare le sue proteste sul tema! Neanche a farlo apposta, ieri pomeriggio, nano si sveglia e mi dice con gli occhioni ancora impastati dal sonno “mamma, prendi il cellulare e chiama la fatina dei ciucci, perché a me il mio manca tanto!”. Non ho avuto bisogno di altro! Quando la sera me l’ha richiesto, gli ho detto subito di sì e poco mancava perché scoppiasse a piangere per la gioia! Dopo oltre 10 minuti in cui continuava a chiedermi rassicurazioni in merito al fatto che la fatina non si sarebbe più fatta viva finché non l’avrebbe chiamata lui, si è infilato il ciuccio in bocca ed è crollato istantaneamente. Non sono mai stata più commossa e felice di così!

Perché questo post?

Molti di voi si staranno chiedendo l’utilità di questo post…non ne ho una specifica da vendervi, volevo solo condividere il fatto che essere genitori è una strada che comprende anche errori più o meno gravi, ma che la cosa importante, l’unica che davvero può rendere l’esperienza costruttiva per grandi e piccini, è non catalogare tutto come capricci/fasi di crescita/testardaggine di genitori o figli, ma fermarsi a pensare e, nel caso, rimediare agli errori imparando anche a chiedere scusa. Parola che noi adulti esigiamo dai nostri figli, ma che non sempre sappiamo dire a loro.

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