A come Autismo

La parola Autismo è una di quelle davanti a cui la gente si ritrae a metà tra l’inorridito, e lo spaventato; i bambini affetti da autismo sono i primi ad essere isolati dagli altri e gli ultimi ad essere aiutati, perchè l’autismo è una malattia che non perdona. Incurabile ed intelliggibile, ne basta solo lo spettro per giustificare con un silenzio imbarazzato comportamenti bizzarri e atteggiamenti inusuali; genitori che si chiudono dentro ad una parola che non lascia possibilità (non esiste una cura per l’autismo, dato che ancora oggi non si sa bene da dove origini), parenti e amici che danno le motivazioni più strane: sarà colpa delle vaccinazioni, delle maestre, di quella volta che è caduto e ha battuto la testa, della mamma…quanta paura fa l’autismo!
Oggi, però, non voglio parlarvi della bestia nera, ma di sorrisi e abbracci appiccicosi. Come possono stare insieme le due cose? Forse non tutti sanno che io sono una psicoterapeuta e che mi occupo di bambini; i miei primi pazienti sono stati proprio dei bambini autistici e, sarà che ho rivisto di recente, in un supermercato, una di loro, sarà che sto leggendo il meraviglioso libro di Fulvio Evras, Se ti abbraccio non avere paura, ma oggi vorrei provare ad aprire uno spiraglio su queste persone. Sì, preché chi soffre di Autismo è e resta, comunque, una persona. Per ovvi motivi di tutela della privacy, mi preme sottolineare che ho dovuto modificare alcuni riferimenti alle persone di cui parlo, ma questo non toglie il succo del discorso.

La bambina che saliva sui mobili

Da brava psicologa alle prime armi, quando mi assegnarono il caso di Sofia, sottolineando che era una bambina affetta da autismo, volai a leggere tutto il leggibile sull’argomento. Già la definizione del DSM IV (Manuale statistico e diagnostico dei disturbi mentali), non lo nego, mi aveva scoraggiato:

L’Autismo è un disturbo che si diagnostica nell’infanzia ed è caratterizzato da sensibili anomalie nello sviluppo delle abilità di interazione sociale e della comunicazione, unitamente ad un’evidente ristrettezza del repertorio di attività ed interessi. La diagnosi viene solitamente posta entro i tre anni di vita, a seguito della rilevazione da parte di genitori o insegnanti di alcune anomalie comportamentali o relazionali significative, quali: incapacità relazionali, compromissione del linguaggio, stereotipie, ipersensibilità a luci e rumori…

Che diavolo avrei potuto fare con una bambina così? La prima volta che vidi Sofia capii al volo che tutti quei libri non mi sarebbero serviti a nulla: quella che mi trovavo davanti era una bambina di 6 anni, non una pagina dei miei manuali! Ancora ricordo lo sguardo diffidente, la sua necessità di fare e rifare il giro della stanza muovendo le manine secondo un ritmo segreto solo suo, spostare gli oggetti ed arrampicarsi sui mobili. Terrorizzata dalle possibili conseguenze cominciai a impartire regole di comportamento, valide nei nostri incontri e nel proseguimento del lavoro a casa con i genitori, regole che, puntualmente venivano evase finché non mi ritrovai a spiegare a Sofia il significato di quelle parole “Sofia, se ti arrampichi sulla libreria io ho paura, perché puoi cadere e farti male”. Un lampo negli occhi, lei che scende e si siede accanto a me. “No libreria paura”. Che scoperta meravigliosa, Sofia non era poi così diversa dagli altri bambini: aveva la necessità di regole e attività fisse per crearle un ambiente sicuro e conosciuto in cui potersi muovere, ma se non le veniva spiegato il perché restavano solo parole vuote! Ecco che Sofia mi stava insegnando a stare con lei…questo sui libri di testo, vi assicuro, non lo trovate da nessuna parte! La mia storia con Sofia è durata tre anni e si è svolta tra la nostra stanza e la sua classe della scuola elementare in cui era stata inserita e quello che ho imparato è che i bambini autistici hanno bisogno di tante cose, ma più di tutte, della PRESENZA di chi si prende cura di loro. Quando ci sono momenti di crisi, quando il mondo dei “normali” risulta spaventoso quello che veramente funziona è saper stare insieme a loro, dimostrargli che si è lì perché loro sono dei bambini spaventati, non dei bambini autistici! Posso assicurarvi che non è facile per niente, soprattutto perché in quei momenti sembrano essere completamente su un altro pianeta, qualsiasi tentativo di contenimento può risultare vano. Io mi siedo e sto lì, so per esperienza che il mio essere ferma nel mio ruolo e nella stanza è come essere un faro che brilla nella nebbia più fitta: c’è e quando loro intravedono la luce arrivano e accolgono tutto l’aiuto e tutto l’affetto che saranno in grado di tollerare. Esattamente come ciascuno di noi.

Il folletto delle bottiglie colorate

Stefano, invece, era un caso decisamente più grave: oltre all’autismo, come spesso accade, si erano verificate anche delle complicazioni motorie per cui a 13 anni dimostrava il fisico di un ragazzino di 7; non parlava, non camminava e non si relazionava; quando perdeva il controllo diventava anche molto aggressivo, mordendo e pizzicando chiunque gli arrivasse a tiro. Le uniche cose che lo interessavano erano la musica, le bottiglie con acqua colorata e le banane; bene Stefano, si parte da qui! Il lavoro con lui era più di tipo educativo; c’era la necessità di sviluppare quelle poche abilità di base necessarie e sufficienti per renderlo autonomo almeno nell’alimentazione e nella cura di sè, in più vagliare la possibilità di stimolare la sua attenzione; quindi via con lavoretti, giochi e tanta tanta musica. Una mattina, decisamente più difficile delle altre, Stefano è particolarmente imprendibile: urla gattona come un matto sul suo tappeto e scaglia qualsiasi oggetto gli proponga il più lontano possibile. Alla terza bottiglia schivata mi arrabbio e gli dico chiaro in faccia che posso anche capire che lui oggi sia stanco e non voglia stare lì, ma che non ha nessun diritto di rovinare il materiale che appartiene a tutti i bimbi che entrano lì dentro. Mi risponde con un urlo e poi continua a dondolarsi e a mordersi le mani, palesemente agitato. Io aspetto e, quando ci calmiamo tutti e due, ecco che Stefano si avvicina, vuole venire in braccio a me. Memore di altre volte in cui il tentativo aveva celato la necessità di mordermi e tirarmi i capelli, mi irrigidisco; Stefano non se ne cura, si accoccola in braccio a me e dopo qualche minuto crolla addormentato come un sasso. Si sveglierà solo quando la mamma arriverà a prenderlo per riportarlo a casa. Parlando di quanto è accaduto mi “confesserà” che la giornata era partita male fin da casa, ma che lei aveva insistito per portarlo perché stanca e desiderosa di potersi rilassare almeno per il tempo del nostro incontro. Mi chiede scusa per non avermi avvisato e si dice consapevole di non essere una brava mamma (argomento molto complesso, perché quando a Stefano fu diagnosticato l’autismo, il medico che se ne occupò spiegò alla signora che una delle cause era sicuramente il fatto di avere una madre anaffettiva come lei…ancora oggi, se mi trovassi davanti questo “professionista” non esiterei a tirargli un pugno per l’abominevole ca**ata detta). La mia risposta fu: “certo che è difficile fare la mamma!”

Non so cosa volessi dimostrare con questo articolo, so solo che mi è uscito dal cuore e che non potevo non raccontarvelo.

Alla prossima!

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